Giulia Piermartiri

THE EYE

In Italy there are places where black magic is still deeply engrained in folk custom. The malocchio, or evil eye, is the most extreme expression of this tradition and its heart lies in Irpinia, a region of Southern Italy, not far from Naples.

In this place, witchcraft is still practiced intensely, envy being the common motive.

During this project, I photographed the last remaining old women who break these curses. They are the keeper of ancient magical-religious practices that have been handed down through their families over the centuries, from grandmother to grandaughter, but only on certain propitious, preordained days.

The formulas they use blend prayers from the Christian tradition with ancient folk rituals. Nails, knive, oil, salt and water are the basic ingredients and simply touching the fattucchiera, or witch, ensures that the curse will be broken.

HABITAT

This project, beside showing some of the most fascinating places that I have seen both in my italian native region, Marche, and in the region where I study, Toscana, is thought to reflect on the concept of space in its relationship with humas. According to current scientific researches, it seems that humans are the only living beings that can survive and evolve in really tiny and narrow space. This research, toghether with the recent campaing against the animal deportation in cages, has been of great inspiration for my project that has been the result of a larger process.

I choose a human being, a girls in this specific case, I deprived her of everything, I put her in a little cage and I left her for few hours in the middle of those amazing place.

What I wanted to show is that humans, as well as animals, cannot live a normal, respectable life whithin an extremely narrow space.

LIKE A SIKH

 E’ lo sguardo che definisce la contemplazione. Quello italico abituato alla “grande bellezza” spesso tralascia le prossimità poetiche figlie del margine e del confine, le scritture che si nascondono tra le righe di un parcheggio, fuori da uno svincolo, lungo un rettilineo, dietro un distributore, su un muro illustrato da un writer. Torna alla mente lo sguardo sull’architettura di Robert Venturi nel capitale “Imparare da Las Vegas”, rieditato nel 2010 da Quodlibet: certo si parlava di un luogo unico ma come presagio e paradigma di trasformazioni che avrebbero riguardato anche la città diffusa italiana e i suoi paesaggi. Ebbene se c’è un territorio-laboratorio nelle Marche dove coabitano poetiche e produzioni, forme architettoniche sublimi e corrotte, memoria e ipermodernità, quel territorio è quello che per molti versi si identifica con le aree del distretto calzaturiero tra costa ed entroterra. Terra vocata a intercettare e interpretare tendenze mode e desideri, terra di imprenditori creativi capaci di parlare al mondo, magari con un inglese dall’accento maceratese. Qui la contemplazione è anche nella tessitura di un’area industriale, tra outlet e centri commerciali, in uno scatolone in calcestruzzo non finito, abbracciato da una sequenza di scarpe, lavatoi per le mani e per i piedi, con segni di riconoscimento e indizi di un luogo che non è quello che sembra. Tra quelle mura prefabbricate nate per produrre scarpe – che coincidenza – programmate per una logistica di camioncini e padroncini, oggi si producono significati, relazioni, riti. Tra quelle mura non c’è una comunità al lavoro ma una comunità che prega, assiste e costruisce ogni giorno, ogni domenica, ogni festa consacrata le ragioni dell’appartenenza, rinsalda legami, ricorda tradizioni identità e culture di una terra originaria mai dimenticata. Perciò quel capannone è un esempio di eterogenesi dei fini. A14, uscita Porto Sant’Elpidio, oltre Lori Blu, sono le indicazioni stradali ad accompagnare al Tempio Sikh, scritta bianca italiano/indiano tra quelle del centro del cimitero e dell’area industriale. Quel palo sulla rotatoria è un condensato di verità territoriale: racconta di una città ospitale, di una comunità indiana aperta e integrata, di una contiguità tra riti, miti e stili di vita dell’ipermodernità. In quella sovrapposizione ci sono tante cose. Il modello economico marchigiano della casa/azienda/produzione/vendita e post-vendita nello stesso edificio trasformato riprogettato riconfigurato ad ogni fase di sviluppo; le storie di vita e di lavoro, di emancipazione e di migrazione che legano con fili sottili geografie popoli e progetti; la realtà aumentata dell’idea di comunità, dell’infinito globale che atterra sui territori e li innerva, li fertilizza con nuove culture, tradizioni, felici contaminazioni. Così un luogo apparentemente industriale - con tutti i codici formali e funzionali del capannone - è diventato un Tempio, un gurudwara - sacro e solenne come il Tempio d’Oro di Amritsar. Qui non c’è la bellezza assoluta e magnificente del Rajasthan e del Panjab ma le dolcezze di un intonaco luminescente fatto da mani devote, tattile e morbido per ospitare immagini sacre di luoghi, martiri, icone, proprio lì sui pilastri, tra i tubi dell’impianto elettrico a vista, le coppe vinte e gli armadi con oggetti della comunità. Ospitale e accogliente per chiunque varchi il cancello: a chi arriva si chiede solo di togliere le scarpe, restare a piedi nudi, lavare le mani in segno di purificazione, e se è una donna di coprire il capo. In cambio si offre ospitalità, condivisione, un’esplosione di gioia e un vociare di bambini, un pasto caldo rigorosamente vegetariano detto “langar”, preparato da uomini e donne commoventi nella loro dedizione, distribuito a tutti i commensali seduti per terra, allo stesso livello, uguali nella vita uguali davanti a Dio uguali nella comunità. A chiunque viene offerto riparo e rifugio, non importa chi sia, perché sia passato da lì, quale sia la sua ricerca umana e spirituale: la sua presenza è un dono. Questa specie di miracolo accade grazie alla comunità indiana Sikh delle Marche - persone speciali come Aqbal Singh, Pawandeep, Singh Gurtirath e Dharminder Singh – ragazzi appassionati e gentili, mediatori culturali in una domenica in cui si ricorda la nascita dell’ultimo Guru. Orgogliosi e molti di loro disoccupati, figli di sogni che non sono più opportunità, belli e ottimisti con i loro fazzoletti blu e arancio e i piedi scalzi: felici di offrire doni conoscenza e condivisione, di raccontare vite e piatti della loro educazione e tradizione, di accompagnare con grazia e attenzione ai modi con cui si condivide il pasto, alle ricette e agli abbinamenti di questi cibi squisiti, al racconto di una festa che dura 3 giorni. Non tutti i partecipanti sono Sikh battezzati, quelli si riconoscono dal turbante e dal rispetto delle 5 K: kesh, i capelli raccolti in un turbante che non vengono mai tagliati; kanga il pettine simbolo di ordine e igiene;kara il braccialetto segno di fedeltà a Dio; kachail riferimento alla castità prima del matrimonio; kirpanla spada simbolo di controllo e lotta alle ingiustizie. Ma tutti vanno al Tempio e si riconoscono nei riti e nei testi sacri che ascoltano nella stessa sala ma divisi nel culto e nel cibo – uomini a destra, donne a sinistra. La comunità indiana Sikh arriva in Italia negli anni’80 in fuga dalle persecuzioni e alla ricerca del lavoro, e si insedia principalmente tra Emilia-Romagna e Lombardia – non a caso i Templi di Pessina Cremonese e Novellara sono tra i più grandi d’Europa. Là, pazienti e silenziosi con i loro turbanti colorati, occhi di fuoco, preghiere quotidiane, lunghe barbe e saggezza del gesto custodiscono gli animali con la naturalezza di chi considera sacre quelle creature e sacra la vita di ogni creatura, e se certe produzioni ancora esistono lo si deve a loro. Nelle Marche è composta da oltre 6000 persone, insediate principalmente tra il fermano e il maceratese con un centro significativo a Porto Sant’Elpidio: sono arrivati per il lavoro – piccole attività commerciali, calzaturiero e in parte agricoltura - si sono radicati perché il dialogo con la comunità locale è stato eccellente. Ma la crisi è un fronte aperto e non sono da escludere nuove migrazioni. Hanno portato diversità, intelligenza, cultura e colore. Grazie a loro capitano cose belle nel paesaggio morbido delle Marche: spesso volano teli blu, arancio e giallo vivace e si stagliano nel cielo accanto alle lenzuola bianche fresche di bucato, sono i tessuti per i turbanti. Altre volte il verde delle colline è tagliato da una lunga processione colorata e scalza, è la festa del Nagar Kirtan, raccontata per immagini da Giulia Piermartiri su Mappe N°3 in uscita - www.mappelab.it. Davvero si esce più ricchi da una domenica trascorsa al Tempio Sikh di Porto Sant’Elpidio. ( testo di Cristiana Colli )